According to the philosopher and media theorist Vilém Flusser, the photographer faces a fundamental dilemma: to submit to the apparatus and its programmed procedures, or to rebel and assert their own freedom within it. This tension lies at the core of my practice.
At the beginning of my career, my aim was to move viewers emotionally and to foster social awareness through images created for newspapers. Yet I increasingly perceived the aesthetic conventions of reportage and documentary photography as limiting frameworks. From my earliest works, I began searching for elements that would allow me to expand beyond those constraints, experimenting with different formats and narrative structures. In my projects, storytelling is never an end in itself; it is always accompanied by a reflection on the medium and its possibilities.
In my first book, Temporary Life (Postcart, 2020), this reflection became explicit through the inclusion of non-photographic elements. Addressing the absence of post-earthquake reconstruction in Italy, the work extends beyond the traditional book form, combining photographs of people and places with physical remnants collected in the Belice Valley after the 1968 earthquake. Objects and fragments of original wallpaper were presented alongside the images, transforming the book into an installation and emphasizing the material dimension of memory. These elements function both as evidence of a suspended existence and as a resistance to the immediacy of photographic representation.
As my research evolved, I felt an increasing need to experiment more radically with the photographic medium. In Hidden Identities, I employed a broken lens to convey the sense of disorientation experienced within a residential care home, using the apparatus itself as an expressive device.
This trajectory culminates in the ongoing project On Becoming A Wolf. An accidental malfunction in the film advance mechanism of an old camera led me to intentionally overlap frames, merging multiple moments into a single image. Through this process—now formalized as Errore Metodico™—I explore layered perception, emotional ambiguity, and the coexistence of different temporalities within one photographic surface. The resulting images oscillate between narrative and abstraction, personal experience and collective resonance. Rooted in analog practice, they seek to challenge the authority of representation while reaffirming photography’s material and subjective relationship to reality.


Secondo il filosofo e teorico dei media Vilém Flusser, il fotografo si trova di fronte a un dilemma fondamentale: sottomettersi alla macchina e ai suoi procedimenti programmati, oppure ribellarsi e affermare la propria libertà al suo interno. Questa tensione è al centro della mia pratica.
All’inizio del mio percorso il mio obiettivo era emozionare lo spettatore e stimolare una consapevolezza sociale attraverso immagini realizzate per i Media Con il tempo, però, ho percepito i codici estetici del reportage e della fotografia documentaria come un limite. Fin dai primi lavori ho quindi cercato elementi che mi permettessero di superare quei confini, sperimentando formati e strutture narrative differenti. Nei miei progetti la narrazione non è mai un fine autonomo, ma è sempre accompagnata da una riflessione sul mezzo fotografico e sulle sue possibilità.
Nel mio primo libro, Temporary Life (Postcart, 2020), questa riflessione diventa esplicita attraverso l’inclusione di elementi non fotografici. Il lavoro, dedicato alla mancata ricostruzione post-sismica in Italia, supera la forma tradizionale del libro combinando fotografie di persone e luoghi con oggetti e frammenti raccolti nella Valle del Belice dopo il terremoto del 1968. Oggetti e parti di carta da parati originale vengono presentati accanto alle immagini, trasformando il libro in un’installazione e sottolineando la dimensione materiale della memoria. Questi elementi agiscono come testimonianza di un’esistenza sospesa e, al tempo stesso, come resistenza all’immediatezza della rappresentazione fotografica.
Con il progredire della mia ricerca ho avvertito l’esigenza di sperimentare in modo più radicale il mezzo fotografico. In Hidden Identities ho utilizzato un obiettivo rotto per restituire il senso di disorientamento vissuto all’interno di una comunità residenziale, trasformando l’apparato stesso in dispositivo espressivo.
Questa traiettoria trova una sintesi nel progetto in corso On Becoming A Wolf. Un malfunzionamento accidentale del meccanismo di avanzamento della pellicola di una vecchia macchina fotografica mi ha portata a sovrapporre intenzionalmente i fotogrammi, fondendo momenti differenti in un’unica immagine. Attraverso questo processo—formalizzato con il nome Errore Metodico™—indago la percezione stratificata, l’ambiguità emotiva e la coesistenza di temporalità diverse sulla stessa superficie fotografica. Le immagini risultanti oscillano tra narrazione e astrazione, tra esperienza personale e risonanza collettiva. Radicate nella pratica analogica, mettono in discussione l’autorità della rappresentazione riaffermando il rapporto materiale e soggettivo della fotografia con la realtà.